La metafisica orientale
Un libricino Microgrammi che a dispetto della misura e delle credenze sui libri piccoli si apprezza a lettura lenta e ponderata, lunga di giorni anche. "La métaphysíque orientale", trascrizione del 1939 della conferenza tenuta da Guénon il 17 dicembre 1925 alla Sorbona, ci racconta alla maniera di un elegante pamphlet lo smarrimento occidentale nei riguardi di una disciplina antica e ormai dimenticata, la conoscenza (nell'accezione orientale del termine, ben lungi dal nostro sapere scientifico e razionale) del soprannaturale - inteso come, si capirà da sé - "ciò che è al di là e al di sopra della natura". Un approccio, quello di Guénon, che alle basi del tutto platoniche per via dell'urgenza maieutica ("in ogni certezza vi è qualcosa di incomunicabile: nessuno può realmente acquisire una conoscenza se non con uno sforzo strettamente personale, e tutto ciò che un altro può fare è fornire l'occasione e indicare i mezzi per conseguirla"), insita in ogni processo che in riduzione di senso possiamo definire conoscitivo, accompagna come parimenti urgente la necessità di una consapevolezza "esoterica naturale", legata cioè alla misura individuale delle possibilità intellettuali di ciascuno.
Di fatto, certe righe di "Metafisica orientale" incarnano una riflessione del tutto e per tutto riappacificatrice e si vorrebbe dire curativa nei confronti di un'ontologia aristotelica che per troppo tempo ha dominato il pensiero occidentale, vien da dire nel suo depauperarsi.
Se la realizzazione metafisica non è un "effetto di alcunché" - in quanto essa è, per ragionamento deduttivo, da intendere non come produzione di qualcosa che ancora non esiste ma in quanto "presa di coscienza di ciò che è" - viene da sé parimenti la necessità di un posizionamento al di fuori di ogni successione temporale. Questione con cui il caro Occidende sin dagli albori rinascimentali si danna a convivere, per un motivo molto semplice: poiché gli strumenti atti alla spinta metafisica non si definiscono in una certa loro presunta unicità ma al contrario nella variazione a seconda di contesto, luogo e disposizione umana, in un sincretismo fenomenologico che rende di fatto inutile qualsiasi presunzione di superiorità intellettuale. Non è poco. Se poi a ciò si aggiunge la consapevolezza del tutto yogica del conseguimento definitivo insito in ogni risultato parziale, il gioco è fatto a smascherare la fallacia dell'Occidente filosofico, almeno in certe sue manifestazioni novecentesche. Ma non solo: si capisce bene il senso anche politico del ragionamento riguardo la permanenza delle acquisizioni interrotte prima della meta finale, indipendenti da ogni conoscenza intellettuale di possesso anteriore. "A condizione che si sia disposti ad ammettere, contro certi pregiudizi, che vi sono cose alle quali il punto di vista storico non si può in alcun modo applicare". Ora di Guénon occorre per forza leggerne ancora.
René Guénon, La metafisica orientale, La métaphysíque orientale, traduzione di Svevo D'Onofrio, Adelphi Microgrammi 2022.

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