Materialismo gotico


La storia, behind (o: del contesto)


Nel 1999 Mark Fisher, già Bachelor of Arts in Letteratura inglese e Filosofia a Hull, conclude il dottorato presso l’Università di Warwick. Fisher in quegli anni è membro attivo, oltre che fondatore insieme a Nick Land e Sadie Plant, della Cybernetic Culture Research Unit – meglio nota come CCRU, un collettivo parauniversitario informale nato intorno al 1995 all’interno del dipartimento di filosofia della stessa Warwick University.

Il CCRU non era un tradizionale centro di ricerca ma un circolo interdisciplinare-laboratorio di confine, dedito allo studio e alla produzione sperimentale di contenuti filosofici, teoria dei sistemi, Theory-fiction. Non rare erano le mescolanze con la rave culture e l’underground, particolare l’interesse verso techno, reti digitali, IA, cyberpunk e argomenti vicini all’occultismo. Un contesto all’apparenza anche tipico degli anni ’90 ma unico nel suo genere perché foriero, grazie all’indubbio calibro degli affiliati, di alcuni dei maggiori portati contemporanei e postumi - successivi alla dissoluzione del gruppo - nell’ambito delle scienze sociali, quale base teorica per gli studi su intelligenza artificiale, capitalismo digitale, nonché sull’arte e sulla musica in specie elettronica. In sostanza, gli studi su temi tra cui per esempio Hyperstition, Accelerazionismo, Cyber-theory o Theory-fiction non possono e non potranno mai prescindere dai lavori del collettivo CCRU.

La tesi che Fisher depositò come lavoro di dottorato aveva per titolo: “Flatline Constructs: Gothic Materialism and Cybernetic Theory-Fiction”.

Theory (con la T maiuscola)

Negli American Studies e più in generale nelle discipline umanistiche anglo-americane, quando si parla di (French) Theory si intende un insieme di strumenti concettuali e approcci critici utilizzati per interpretare ad esempio un sistema economico e culturale, la società nei suoi aspetti, alcuni fenomeni storici e anche testi di letteratura o prodotti d’arte cinematografica. Alla base, si tratta dell’eredità culturale europea trapassata negli Stati Uniti a partire dal 1970, quando l’onda lunga del pensiero del vecchio continente, in specie francese, viene a toccare le rive delle università americane: Jacques Derrida, Michel Foucault, Jacques Lacan, Roland Barthes, Gilles Deleuze e Félix Guattari, Jean-Francois Lyotard, Louis Althusser, Jean Baudrillard - per citare i più letti.

Le riflessioni e i lavori di questi esponenti della cultura, della filosofia e della scienza europea furono trasferiti non tanto nella sostanza della riflessione originale quanto attraverso un insegnamento reinterpretato – complice anche la divulgazione avvenuta nei dipartimenti di letteratura. Il risultato di questo particolare avvicinamento fu lo scivolamento da un’originalità che potremmo mal definire “astratta” a una serie di “tool-kit pratici” attraverso cui interpretare eventi e opere al di là dell’approccio tradizionale, del significato fisso e di una verità neutrale e oggettiva, spesso di prerogativa autoriale.

Questi strumenti concettuali così nuovi – non per noi europei ma per l’accademia (anglo)statunitense – diventano una sorta di griglia di decodifica, per affrontare e mettere a tema un contesto politico, storico e sociale coevo in grande fermento: dalla crescita dei movimenti per i diritti civili al nascente femminismo, dalle riflessioni su identità e razza a quelle sulle dinamiche politiche di conservazione del potere capitalistico. Strutturalismo e post-strutturalismo, Decostruzione, Femminismo, Postcolonialismo, Critical race, analisi del Capitalismo: la (French) Theory, di fatto, tra il 1970 e il 1990 diventa uno degli strumenti più efficaci per la critica alle strutture di potere.

Materialismo gotico (forse ci siamo)

Affrontare quindi “Flatline Constructs: Gothic Materialism and Cybernetic Theory-Fiction”, che Einaudi porta in Italia con il titolo "Materialismo gotico - vivere e morire al tempo delle macchine" significa non tanto leggere Fisher, quanto leggere dell’abilità di un Fisher ancora in divenire nell’analizzare il tema della cibernetica – uno degli argomenti cardine e fulcro delle analisi sperimentali del collettivo CCRU – declinato all’interno di alcune opere letterarie e cinematografiche coeve, alla luce della (French) Theory sulla cibernetica. Non tanto un trattato di saggistica quindi, come potrebbe far intendere il titolo einaudiano – quanto un prodotto di critica universitaria, volto per altro a ottenere un titolo accademico, malgrado Fisher non fosse granché e anzi forse per nulla interessato a penetrare i recessi dell’intellighenzia universitaria. Si potrebbe forse addirittura azzardare quasi una consecutio, nel senso dell'interpretare il materialismo gotico come una specie di conseguenza dei Flatline Constructs? Non so, ma andiamo con ordine.

Nucleo tematico di materialismo gotico è lo studio della “Flatline”, il piano concettuale – e quindi fisico – “su cui non è più possibile distinguere tra animato e inanimato, lungo il quale il fatto di essere dotati di agentività non implica necessariamente essere vivi”. L’approccio necessario per lo studio delle implicazioni radicali della cibernetica secondo Fisher abbisogna di un “nuovo orientamento del pensiero, interamente votato all’immanenza”. Per questo sistema di analisi nuovo (che per certi versi, molto specifici, risulta già in contrasto con alcuni assunti Theory da cui poi l’autore nei tempi a venire si discosterà definitivamente, per altro), Fisher propone il nome di materialismo gotico. Si tratta, riflette Fisher, di un “tentativo deliberato di dissociar[e il gotico] da tutto ciò che è soprannaturale, etereo o appartenente a un altrove”. "Il materialismo gotico”, continua Fisher nell’introduzione – “si interessa al modo in cui ciò che appare ultramoderno – i prodotti scintillanti di un capitalismo tecnicamente sofisticato – finisce per essere descritto nei termini apparentemente arcaici della narrativa horror: zombie, demoni. Ma rifiuta la tentazione di leggere questa demonizzazione del cibernetico come il ritorno di un che di familiare alla vita psichica fin dai tempi antichissimi”. E quali strumenti utilizza Fisher per tematizzare la riflessione sulla Cybernetic e offrire a questi ragionamenti un’impalcatura di resistenza? È presto detto: il metodo della (French) Theory. Prendendo a base di ragionamento le opere di Wilhelm Worringer, gli studi del duo Deleuze-Guattari, gli scritti di Baudrillard e McLuhan – e la psicoanalisi freudiana – Fisher dalle pagine di Flatline Constructs si ingegna a interpretare “una serie di testi di fiction esemplari – Blade Runner di Ridley Scott, Neuromante di William Gibson, La mostra delle atrocità di J.G. Ballard, Videodrome e Crash di David Cronenberg – "per chiarire ciò che è effettivamente in gioco nell’affermazione secondo cui l’era della cibernetica cancella – o quantomeno rende porosa – la frontiera tra teoria e fiction. In alcuni casi, la messa in scena della teoria è quasi letterale: La mostra delle atrocità e Videodrome contemplano personaggi che sono teorici a tutti gli effetti (il dottor Nathan, il professor O’Blivion). Noi però intendiamo prendere molto sul serio l’ipotesi di Baudrillard e affrontare i testi di fiction non come semplici oggetti letterari in attesa di una lettura teorica, ma come testi già di per sé profondamente teorici.”

No, non è semplice. I concetti introdotti da Fisher sono diversi, e complessi. Ecceità, realismo cibernetico, privilegio cartesiano mascherato e smascherato dalla cibernetica. E ancora la prolessi partecipativa, il tema della finzione che nel tardo capitalismo smette i panni della rappresentazione. L’ipermaterialismo come definizione del materialismo gotico, il corpo senza organi – per citare soltanto alcuni pensieri chiave all’interno di un sistema-testo che non può prescindere, peraltro, dalla spinta alla costruzione e alla fruizione di un linguaggio nuovo, decostruito (e riassemblato, ove i significati tradizionali retrocedono di fronte all’urgenza tutta fisheriana di una ri-semantizzazione percepita come necessaria). Potremmo continuare all’infinito.

Dell’origine accademica Flatline conserva insomma impostazione e stile, malgrado novità e lungimiranze di linguaggio e di metodo che Fisher introduce e che emergono naturalmente. Se il testo da una parte mostra inequivocabilmente le doti e le capacità di sguardo e di analisi già in possesso di Fisher ai tempi universitari – come pensatore, critico e perché no, pure accademico – dall’altra tuttavia si rende evidente la difficoltà della Theory quando si trova ad avvoltolarsi su se stessa, in uno sforzo che appare a volte concentrato più sulla dimostrazione di un sapere argomentativo che di reale intento se non almeno verso la spinta alla risoluzione (che come abbiamo capito non è lo scopo della Theory), quanto meno problematicizzante. La verità è che Fisher è meglio quando fa Fisher, al di là delle pagine intere di virgolettati a note a fine capitolo di quest’opera che in taluni punti non riesce ad allontanare da sé la consapevolezza di un testo costruito più sull’urgenza di mostrare il saputo che su un concreto impianto di riflessione sperimentale – ma che indubbiamente rivela già l’acume di un pensatore alto e sottile. Per esempio in alcune definizioni originali (“il materialismo gotico concepisce il cyberpunk non come fusione dialettica di horror e science fiction, ma come critica materialista che l’horror ipernaturalista muove alla science fiction.”), oppure nelle analisi sui media, in specie televisivi (“i media (paradossalmente) immediatizzano il trauma, lo rendono subito accessibile, pur incapsulandolo in forme già confezionate che andranno a costituire circuiti di stimolo-risposta sempre più rigidamente pre-programmati”), ma anche su temi prettamente letterari, come le pagine relative alla scomparsa dell’osceno o sul “paesaggio spinale nella geotraumatica ballardiana”. Anticipatoria di certe riflessioni più adulte, la parte relativa alla riproducibilità dei contenuti collegata anche alla teoria dei catastrofismi, gli studi sulla dipendenza dalle immagini o della zona virtuale non come alternativa al reale ma "pieghe al suo interno", dipendenza dalle immagini, oppure, su tutti a mio parere, una specie di excursus-gioiello incastonato nel capitolo quarto, (Black Mirror, che resta delle quattro sezioni mi pare la più debole e forse un poco arruffata, a parte come si diceva alcuni sprazzi di grande intuizione): “Capitalismo come Toy Story: iperfinzione, strani anelli e rizomi”, che a partire dal famoso film Disney del 1995 analizza, facendo in primis riferimento allo sguardo animista di cui è pervasa l’infanzia (“i bambini […] non cercano tanto di animare l’inanimato, quanto di ignorare il sovrapporsi della distinzione animato/inanimato con quella tra entità dotate o prive di agentività. Il punto […] è che l’agentività non richiede la vita.”), il rapporto dei bambini con i giocattoli-gadget derivati dal film ma lanciati in simultanea, al di là della consueta “traiettoria seriale” nell’hype della relazione di feedback tra la finzione e il Reale, iperfinzione di “una finzione che si fa reale”. Oppure ancora, in un altro punto del testo, la riflessione davvero stupefacente sulle differenze che intercorrono fra metafora e metonimia, nel passaggio in cui la metafora, un “sistema di forme ordinate, di somiglianze regolate e di analogie”, cede […] "il passo a un mondo demoniaco fatto d’instabilità e continuo mutamento."

Spiega nella sua postfazione il filosofo britannico Adam Jones, riconosciuto come uno dei principali esperti del lavoro di Fisher (ma oggetto di critica per queste note a Flatline Constructs nell'edizione inglese del 2025, per via di certe velate e opinabili affermazioni su Nick Land*), come il testo in analisi sia indubbiamente figlio del proprio tempo – sia per prodotti analizzati sia per impianto; nonostante stia invecchiando bene, questione non da poco, comincia inevitabilmente a mostrare i segni dell’età che avanza. Eppure la questione vale anche alla rovescia, se la guardiamo per bene: “[...] proprio alla luce dello smarrimento in cui oggi versa la cyberteoria, credo sia necessario compiere una svolta retrospettiva e tornare alle fondamenta del suo progetto. Perché, anche se l'hype cyberpositivo che circondava queste macchine è morto, o sopravvive nei fandom più eccentrici dell'internet teoricofilo, le minacce poste da un capitalismo potenziato ciberneticamente sono diventate, in termini di intensità e concretezza, solo più reali. [...] Non c'è mai stato un momento più adatto per una teoria cibernetica, perché mai prima d'ora stiamo stati così integrati alle macchine della comunicazione e del controllo. Oggi, però, non abbiamo più bisogno di speculare su cosa sia il cyberspazio o su ciò che, in un regime capitalistico, esso possa fare di noi. Il cyberspazio si trova, nel suo sviluppo storico, a un punto morto. La realtà virtuale non riuscirà ad attecchire [...], e le piattaforme stesse arrancano [...]. E' proprio in questa congiuntura che la questione della teoria cibernetica torna a imporsi, nel tentativo di elaborare una comprensione materialista della produzione della nostra realtà sociale, così da aprire lo spazio per la sua trasformazione rivoluzionaria."

[Resta il punto di cui spesso mi pongo domanda con Fisher: chissà cosa avrebbe pensato, e scritto, - e se lo avrebbe fatto - della serie Westworld (2016-2022), oppure di prodotti di scifi non americana - come per esempio, che so, "Faune" di Christiane Vadnais, giusto per citare a prima memoria, o di tutta la fantascienza asiatica, e qui di nomi potremmo farne parecchi (“Membrana”, di Chi Ta-Wei, così a pensiero ora).]

Alcune tracce video: Videodrome (1983), Crash (1986), ispirato dal libro omonimo di JGBallard (1983), entrambe le pellicole a firma David Cronenberg. "American Family", il primo reality show mai trasmesso in tv (1973) che Fisher cita quale esempio di reale che di deforma quando sa di essere osservato: la presenza della registrazione non distorce semplicemente la realtà, ma la riconfigura, producendo un reale già mediato e quindi ontologicamente instabile.




Flatline Constructs: Gothic Materialism and Cybernetic Theory-Fiction - Mark Fisher and Adam Jones, Zer0Classic CollectiveInk, 2025

Materialismo gotico, Mark Fisher - traduzione di Vincenzo Santarcangelo, collana Maverick Einaudi 2026, 312pp. / acquisto

Qualche link per approfondire:

  • https://not.neroeditions.com/archive/la-funzione-mark-fisher/
  • https://neutopiablog.org/2026/02/19/urla-schermi-linee-piatte-cibernetica-postmodernismo-e-marxismo-in-materialismo-gotico-di-mark-fisher/
  • https://www.illibraio.it/news/dautore/mark-fisher-1115944/
  • https://www.pressreader.com/italy/il-giornale-italy-228k/20260404/281986089107769 (*)

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